Biologi per la Prevenzione, Alimentazione Sostenibile e Salute
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Rosalind Franklin e l’effetto Matilda

Si parla di Effetto Matilda per descrivere il fenomeno secondo cui il risultato del lavoro di ricerca compiuto da una donna viene attribuito, in tutto o in parte, a un uomo. La storica della scienza Margaret Rossiter ha coniato il nome prendendolo da Matilda Joslyn Gage, attivista americana del suffragio femminile vissuta nel XIX secolo.

Rosalind Franklin  (1920 – 1958) rappresenta per noi biologi il caso più eclatante. Il suo lavoro di ricerca non venne riconosciuto ma permise a James Dewey Watson, Francis Crick e Maurice Wilkins di formulare l’ipotesi sulla struttura a doppia elica del DNA e vincere il Nobel nel 1962.

Rosalind Elsie Franklin nasce a Londra il 25 luglio 1920 da una ricca famiglia ebrea. Timida ma dalle idee chiare, decide fin da piccola di fare della scienza, sua grande passione, la ragione di vita.

Nel 1938 ha 18 anni ed entra al Newham College di Cambridge, dove è in contatto con le migliori menti del periodo. In particolare, partecipa a una riunione dell’Association of Scientific Workers il cui presidente era Lawrence Bragg il quale, assieme al padre, aveva vinto il Nobel per la fisica nel 1915 per aver utilizzato la diffrazione dei raggi X per determinare la struttura dei cristalli. Lo studio di questa tecnica si rivelerà fondamentale per le scoperte di Rosalind Franklin, che diventerà una delle migliori cristallografe a raggi X.

Dopo la laurea nel 1941, si trasferisce a Parigi per perfezionarsi nella tecnica. Rientrata a Londra nel 1951, lavora come ricercatrice associata al King’s College diretto da Maurice Wilkins.

Fin dall’inizio il rapporto tra i due non è affatto buono: l’uomo non vedeva di buon occhio che una donna più giovane, anche se di pochi anni, potesse lavorare in autonomia, considerandola una sua assistente. Rosalind, invece, riteneva di essere stata assunta grazie alla propria abilità e ai successi raggiunti nel soggiorno parigino e non accetta il ruolo di subalterna. A ciò si aggiunge che, in quel periodo, sussisteva un’intensa competizione tra gli scienziati, impegnati a risolvere il mistero della struttura del DNA.

Si era intuita la presenza di una forma ad elica, ma mancavano le prove per dimostrarla. Il futuro Nobel per la chimica, Linus Pauling, ipotizzava un intreccio di tre filamenti. Rosalind Franklin si inserisce in questa gara grazie alla sua abilità di cristallografa: quando la materia vivente viene cristallizzata, si riesce a osservare la disposizione delle molecole che la compongono, permettendo la comprensione della struttura del gene. Rosalind cerca di sciogliere l’enigma fotografando i cristalli ai raggi X.

Wilkins condivideva l’andamento degli studi sul DNA effettuati al King’s College con i colleghi Watson e Crick del laboratorio Cavendish di Cambridge, lamentandosi anche della spigolosità del carattere della Franklin.
Lei era una donna ebrea, assai determinata ma il diffuso maschilismo esistente nel mondo scientifico la resero troppo diretta, all’apparenza rude e, a volte, sarcastica. Wilkins, dal canto suo, ne criticava il modo di vestire, di acconciarsi i capelli e il modello di occhiali usato che, a suo parere, la rendevano poco graziosa. Un atteggiamento che il professore sicuramente non teneva nei confronti di Watson e Crick, descritti dai biografi come arroganti e molto competitivi. Wilkins non era abile nel fotografare coi raggi X e criticava la riservatezza della Franklin, che si lamentava quando entravano nel suo laboratorio senza bussare. Come i colleghi, Rosalind cercava semplicemente le prove per descrivere la struttura del DNA.

Nel febbraio del 1953, dopo aver analizzato le ultime fotografie prodotte, la scienziata scrive nel suo taccuino che «il DNA è composto da due catene distinte». La donna, però, non sa che alcune di queste immagini erano state mostrate a Wilkins da Raymond Gosling, uno studente che l’aiutava nella ricerca, perché questi riteneva fosse suo dovere farle vedere al direttore del laboratorio. Wilkins le riprodusse di nascosto e le mostrò a Watson e Crick.

Tra esse vi era la cosiddetta fotografia 51 (definita da John Bernard , il pioniere nella diffrazione dei raggi X «la più bella immagine ai raggi X di una sostanza») che immortalava la nitida immagine di una “ics” , testimoniando la struttura a elica con due filamenti.

La fotografia 51 permise a Watson e Crick di superare l’ipotesi prevalente della triplice catena elicoidale: il 7 marzo 1953 realizzano il primo modello di DNA e, lo stesso giorno, vengono informati da Wilkins, assai sollevato, che la Franklin avrebbe lasciato il laboratorio la settimana successiva.

Rosalind era infatti stanca dell’atmosfera ostile in cui lavorava e si trasferì al Birkbeck College.
Il 25 aprile, Watson e Crick pubblicano per primi, sulla rivista Nature, l’articolo sulla doppia elica del DNA, seguiti da Wilkins e, infine, dalla Franklin il cui testo, firmato assieme a Gosling, era corredato dalle proprie fotografie.  L’articolo di Rosalind venne considerato una semplice conferma della teoria pubblicata con i primi due articoli: la donna non sapeva che le parole dei colleghi erano state ispirate dalle immagini che le erano state carpite, e l’opinione ufficiale non poteva conoscere il retroscena.

Nel 1956 Rosalind si ammala di tumore alle ovaie, malattia che la conduce alla morte nel 1958, a soli 37 anni. La scienziata, per realizzare le sue fotografie, trascorreva molte ore nel laboratorio senza indossare il camice di piombo per proteggersi dai raggi X, preoccupata solo di portare avanti il lavoro scientifico.

Dopo quattro anni dalla sua morte, nel 1962, Wilkins, Watson e Crick ottengono il premio Nobel per la medicina grazie alle ricerche sulla struttura a doppia elica del DNA. Durante i ringraziamenti di rito, non venne fatto alcun accenno al ruolo di Rosalind e delle sue fotografie. Anzi, il suo nome iniziò ad essere conosciuto solo dopo il 1968, quando Watson pubblicò un libro in cui raccontava la scoperta della struttura del DNA. Nel testo, la figura di Rosalind viene descritta in maniera poco lusinghiera, definendola la «terribile e bisbetica Rosy», una donna poco femminile, dal carattere irascibile, gelosa del proprio lavoro e che vestiva come una liceale.

Gli esponenti della comunità scientifica definirono poco professionale l’atteggiamento di Watson nei confronti della Franklin, che divenne un simbolo del movimento femminista anche se lei, probabilmente, ambiva solo ad essere considerata una scienziata al pari dei colleghi e non una paladina dei diritti femminili.

Quando Rosalind era una studentessa a Cambridge, scriveva che: «scienza e vita quotidiana non possono e non dovrebbero essere separati. Per me la scienza fornisce una parziale spiegazione della vita ma, facendo del nostro meglio, ci avvicineremo all’obiettivo del miglioramento del genere umano» indicando lo spirito che l’animava.  Una missione poco compresa e riconosciuta dai colleghi.

 

Tratto da “Rosalind Franklin, la doppia elica del DNA e l’effetto Matilda”, pubblicato su “CaffèBook.it

 

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