Biologi per la Prevenzione, Alimentazione Sostenibile e Salute
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Abbiamo superato il punto di non ritorno?

di Giuseppe Marzullo

Nell’ormai lontano (ecologicamente parlando) 2018, fu decretata la morte della Grande Barriera Corallina, l’immenso sistema al largo dell’Australia composto da oltre 2900 barriere singole e da 900 isole, che si estende per 2300 km su una superficie di circa 344400 km2. Motivo principale: il surriscaldamento delle acque, con conseguente perdita di quel fine equilibrio che manteneva in piedi questo complicatissimo ecosistema.

Abbiamo perso, in estrema sintesi, un sistema che viveva e si perpetuava da oltre 25 milioni di anni: non la rivedremo mai più nella sua conformazione vitale, con i suoi colori e con gli organismi che lo popolano. Abbiamo superato un Punto di Non Ritorno.

Da questo evento possiamo prendere spunto per fare qualche considerazione e, soprattutto, porci due domande impellenti:

Qual è lo stato di salute del nostro Ambiente?

Dato l’attuale livello dell’inquinamento globale, cosa è ancora recuperabile e quanto è irrimediabilmente compromesso?

Non è facile rispondere in assoluto a queste domande.

Le nostre città più grandi sono ormai perennemente avvolte da nuvole di smog, composte dai gas prodotti dalla combustione generata nei processi termici dei motori e delle industrie.

Durante il lockdown, lo scorso anno, abbiamo verificato come, sospendendo ogni attività antropica, nel giro di alcuni giorni l’atmosfera urbana sia migliorata molto, divenendo più salubre; ciò potrebbe far pensare che, su scala locale, almeno questi processi siano reversibili, seppure alcuni strascichi possano restare per anni.

Aumentando la scala, aumenta però anche la complessità della “resilienza”. Pensiamo, ad esempio, al buco nello “strato atmosferico dell’ozono”. L’uso/abuso di Cloro-Fluoro-Carburi (CFC) a partire dagli anni ‘40/50 fino ai ‘90, ha determinato, a causa di alcuni fenomeni fisici attivati dalla loro interazione con la radiazione luminosa solare, la degradazione dell’ozono (un composto dell’ossigeno che blocca l’afflusso dei raggi ultravioletti solari attraverso l’atmosfera preservando la vita sulla Terra) con conseguente assottigliamento dello strato atmosferico. In alcune aree terrestri, laddove i CFC tendevano ad accumularsi, lo strato era addirittura sparito.

Ciò aveva creato una sensibilizzazione popolare, sfociata in un vero e proprio movimento, che ha portato al bando dei CFC dai prodotti cosmetici e dai sistemi di refrigerazione: nell’arco di 20/30 anni dal bando, lo strato/scudo ha ripreso vigore, ed il buco sull’Antartide risulta “ricucito”.

Ciò dimostra come il ripristino di un sistema grande, richieda tempi ancora più lunghi. Ma se il sistema diventa ancora più complesso, con tantissime interazioni in più tra le componenti, tantissimi comparti in più (biotici, abiotici, ecc.) e tantissimi effetti sinergici (tipici degli ecosistemi) conosciuti e/o sconosciuti? Cosa accadrebbe alla capacità di resilienza?

Difficile dirlo: presumibilmente, si avrebbe la perdita totale dell’ecosistema, che si basa su equilibri ed interazioni labili e delicate, frutto di tempi millenari di formazione e livellamento. Certamente il sistema non sarebbe più lo stesso, non avrebbe più i suoi caratteri distintivi e le sue peculiarità.

In conclusione, un vero e proprio punto di non ritorno probabilmente ancora non lo abbiamo raggiunto. Ma se non riusciamo a comprendere che il tasso di sviluppo umano non può più prescindere dal suo rapporto con l’Ambiente, allora, prima o poi, i problemi diventeranno irrisolvibili.   

 

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