Archeometria e dieta mediterranea

di Roberto Casaccia

Pompei non finisce mai di stupirci. E’ di pochissimi giorni fa la pubblicazione, su NPJ Science of Food, di un interessante lavoro dei ricercatori del Università “Federico II” di Napoli (Unit of Food Science & Technology del Dipartimento di Agraria ) coordinati dal prof. Raffaele Sacchi.

Utilizzando un’ampia gamma di tecniche analitiche cromatografiche, spettroscopiche e spettrometriche di massa, i ricercatori hanno caratterizzato quanto racchiuso in un contenitore in vetro rinvenuto negli scavi pompeiani del 1820 e dimenticato per quasi un secolo nei magazzini del Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Il campione, di consistenza cerosa, denominato Mann-S1, è stato identificato inequivocabilmente come olio d’oliva.

Le analisi hanno mostrato che i triacilgliceroli erano completamente idrolizzati e che gli acidi grassi risultanti si erano parzialmente condensati in estolidi, una classe di esteri a lunga catena. Sono stati inoltre trovati numerosi composti volatili derivati dalla decomposizione dell’acido oleico.

Tale composizione chimica, oltre a permettere l’identificazione del campione, ha consentito di conoscerne l’evoluzione molecolare attraverso un periodo di conservazione di circa 2000 anni.

La datazione con il carbonio-14 ha infatti confermato la collocazione temporale nel periodo dell’eruzione pliniana del Vesuvio (79 d.C.). Quest’ultimo dato indica Mann-S1 come il più antico residuo di olio d’oliva al mondo trovato in grandi quantità. La bottiglietta in vetro, che ha resistito per 2000 anni sotto le ceneri del Vesuvio, contiene infatti ben 700 ml di sostanza.

Un’ulteriore riprova, qualora ce ne fosse stato bisogno, dell’importanza dell’olio d’oliva nell’alimentazione quotidiana delle popolazioni del Mediterraneo ed in particolare degli antichi Romani che vivevano in quella che è stata definita la “Campania Felix”.

 

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